Tarahumara vs Runner

Tarahumara: correre oltre 300 km

In una tribù messicana uomini, donne, bambini e anziani corrono senza problemi per oltre 300km, senza infortuni. Com’è possibile?

Ogni stella del firmamento è un Indiano Tarahumara – gli uomini ne hanno tre e le donne quattro, dal momento che esse generano nuova vita – la cui anima si è finalmente spenta. Questo è quello che credono i Tarahumara, una popolazione che vive tra i canyon della Sierra Madre Occidental nel nord del Messico, dove si è ritirata cinque secoli fa per sfuggire agli invasori spagnoli.

I Tarahumara sono persone reticenti e riservate che vivono a grandi distanze l’una dall’altra, in caverne o in piccole case in legno o in mattoni di paglia e fango.

I Tarahumara producono una sorta di birra ottenuta dalla fermentazione del mais, cereale che coltivano in piccoli appezzamenti che arano manualmente. Nelle cerimonie si radunano e si passano questa bevanda di mano in mano, sorseggiandola da una mezza zucca svuotata, fino a che non diventano particolarmente sciolti, sognatori o bellicosi e si distendono quindi per recuperare le forze dormendo.

Che di “naturale” questo popolo abbia molto non c’è dubbio, ma cosa c’entra tutto questo con la corsa, vi chiederete voi?


PIEDI LEGGERI


C’entra eccome.
Questa tribù messicana vive da generazioni in insediamenti situati a grande distanza tra loro. Questi insediamenti sono collegati da una rete di stretti sentieri lungo i canyon attraverso i quali i Tarahumara si spostano per comunicare, trasportare merce e cacciare.
Correndo.
Ogni giorno. A tutte le età. A piedi nudi. Senza infortunarsi.

I Tarahumara sono, infatti, dei corridori da endurance incredibili. Arrivano senza difficoltà a distanze superiori ai 300 km in una sola sessione, in due giorni, attraverso sentieri impervi. In questa tribù bambini, uomini e donne di ogni età corrono, e persino i più anziani hanno prestazioni che farebbero invidia al più allenato runner.

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I Tarahumara cacciano comunemente con arco e freccia, ma sono conosciuti anche per la loro abilità di inseguire correndo cervi e tacchini selvatici fino a farli letteralmente morire per sfinimento, come racconta l’antologista Johathon Cassel. Esattamente come facevano i nostri antenati.
Loro stessi si definiscono “Rarámuri”, ossia “piedi leggeri” o “coloro che corrono bene” e sono noti per aver irritato diversi ultramaratoneti americani battendoli senza troppe difficoltà in estenuanti gare di endurance, pur indossando solo i loro sandali huarache e fermandosi ogni tanto per fumare.

Com’è possibile che non subiscano traumi?

I Tarahumara bevono come spugne, la loro dieta è a base di una specie di poltiglia di mais, vivono in perpetua pace e tranquillità e corrono diverse maratone una volta superati i 60 anni. È come se le statistiche fossero state inserite nelle colonne sbagliate. Non dovremmo essere noi – quelli che corrono con scarpe da corsa così avanzate da avere microchips che controllano l’ammortizzazione – ad avere le probabilità di infortunio pari a zero, e i Tarahumara – che corrono molto di più, su terreni molto più impervi, indossando un sottilissimo sandalo di pelle – essere costantemente “rotti”?

Perché questa popolazione va contro quello che il senso comune, la medicina moderna e i maggiori produttori di scarpe ci suggeriscono? Più ammortizzazione? Più sostegno del tallone? No, esattamente il contrario.


COME NATURA VUOLE


Una delle ragioni per cui i Tarahumara macinano così tanti chilometri con i loro piedi è perché non li “coccolano” affatto, come invece facciamo noi.

Siamo talmente abituati fin dall’infanzia ad indossare scarpe protettive e ammortizzate che ormai la nostra postura è trascurata e le nostre gambe sono talmente rigide e poco reattive, se paragonate a quelle di popolazioni “naturali” come quella messicana, che siamo costretti a far affidamento sull’ammortizzazione in materiale plastico della suola per assorbire lo shock dato dalla corsa.

La corsa è un’abilità innata eppure, nel corso della vita diventiamo sempre più “umani da zoo” e ci abituiamo a pratiche di corsa – paradossalmente – contro natura. I Tarahumara, al contrario, non hanno mai perso la loro forma di corsa naturale, la forma di locomozione che caratterizza l’essere umano (➡︎ per approfondire questo tema leggi l’articolo: “Correre è tecnica”)


NON PIÚ “UMANI DA ZOO”


Il nostro “hardware”, il nostro corpo, è lo stesso dei nostri antenati e lo stesso dei Tarahumara. Anche le prestazioni di cui è, potenzialmente, capace sono esattamente le stesse. (➡︎ per approfondire questo tema leggi l’articolo: “Umani da Zoo o Umani Naturali?”)
È il momento di riscoprire le abilità innate del nostro corpo, di usarlo al meglio e in modo sicuro e naturale, re-imparando la corretta tecnica di corsa, ovviamente attraverso una transizione graduale e controllata.


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